La Destra (e la Sinistra)

 Jacques Ferrand  Recensione a Destra, a cura di Corrado Fumagalli, Spartaco Puttini, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Ed. 2018

“Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra?”

Questo l’interrogativo che Giorgio Gaber, al secolo Giorgio Gaberščik, si poneva nel 1994, mentre il ‘secolo breve’ volgeva ormai al crepuscolo. Alla prima parte della domanda, mutatis mutandis, ha tentato di rispondere la fondazione Giangiacomo Feltrinelli, tramite una raccolta di saggi e contributi aggiornati di alcuni tra i più celebri esponenti del cosmo accademico delle scienze politiche italiane contemporanee. Il volume a cura di Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini, intitolato sobriamente “Destra”, rappresenta pertanto il tentativo di ampliare il raggio di copertura del dibattito politico in seno alla comunità accademica, coinvolgendo l’opinione pubblica a margine delle recenti consultazioni elettorali.

La risposta, come si può facilmente intuire, non è delle più immediate. Si tratta infatti di un concetto polisemico, afferrabile ma sfuggente: uno schema semplificatore soggetto al logoramento temporale. Sempre nel 1994, Norberto Bobbio delinea una concezione rigida del termine e della dicotomia classica sinistra-destra,  affermando in merito che “non vi è disciplina che non sia dominata da una qualche diade onnicomprensiva […] ogni ente dell’universo appartiene necessariamente all’una o all’altra delle due parti, e tertium non datur“.1 Questa polarizzazione viene sottoposta a una severa critica che trapela dal pensiero di Marco Tarchi. Il politologo ed ex-cacicco del MSI stigmatizza la portata onnicomprensiva della suddivisione in questione, affermando secondo una lente weberiana che si tratta di categorie idealtipiche convenzionali, punti di riferimento validi hic et nunc, in contraddizione con l’esaustività e l’esclusione richieste dalle ‘leggi di Mill’.

Sin dagli anni ‘90 esperti del calibro di Giovanni Sartori hanno enfatizzato che “per navigare nei mari della politica di massa pur sempre ci occorre una bussola il cui nord-sud diventa, in politica, destra-sinistra”.2 Costui riconosce tuttavia che tale bussola “è impazzita”. Ciò implica quindi una diminuzione della capacità di lettura dei fenomeni politici che essa conferiva, nonché l’esigenza di un aggiustamento rivoluzionario della terminologia classica al panorama del XXI secolo.

A suggerire una re-visione antesignana è il filosofo Massimo Cacciari, che nel 1982 aveva affermato che la distinzione classica è informata a un clivage che, lungi dal permanere immutabilmente, “è in realtà tutto gravitante, in ogni luogo della sua geografia” in direzione delle “posizioni di mezzo”.3 In tal modo, egli intendeva asserire che i processi di sviluppo delle formazioni politiche e delle idee, al lordo di fattori come i sistemi elettorali, l’opinione pubblica, la posizione della comunità internazionale, portano a smussare pazientemente gli aspetti caratteristici più identificanti delle forze che assumono responsabilità governative.

D’altronde proprio in quegli anni si assiste oltralpe, nell’Eliseo a guida socialista, alla clamorosa svolta mitterrandiana del tournant de la rigueur: il  programma di nazionalizzazioni e di aumento della spesa pubblica che aveva contraddistinto l’ascesa al potere della sinistra francese viene abbandonato a favore di un orientamento di stampo neoliberista, sancendo la Bad Godesberg a scoppio ritardato del Partito Socialista. Sinistra e destra diventano centro-sinistra e centro-destra.

La stessa dialettica elettorale, nella misura in cui richiede variabilmente l’adozione di un approccio consensuale e orizzontale dei partiti, impone la mediazione e la composizione degli interessi divergenti, anche a posteriori al momento della formazione di eventuali coalizioni. Un altro elemento che sembra suffragare la tesi cacciariana è intimamente legato alle dinamiche politiche degli ultimi trent’anni. L’alternanza bipolare di potere che si è verificata dagli albori della II Repubblica ovvero le cohabitations francesi tra un Presidente della Repubblica e un Primo ministro espressioni di opposte maggioranze sono entrambi casi di contesti, più o meno congiunturali, che contribuiscono a sfumare le eterogeneità compositive del rispettivo asset politico, sancendone la labilità dei confini. In queste situazioni, le forze politiche sono come elettroni: ruotano lungo delle orbite, attorno al nucleo dell’atomo, incontrandosi e scontrandosi con altri elettroni.

Posto che la prima risposta viene evasa, sorge un altro interrogativo. Constatata infatti la difficoltà di individuare puntualmente la definizione di destra e sinistra, realtà mutevoli e cangianti, occorre domandarsi se la linea di frattura classica sia ancora attuale e in grado di intercettare gli indirizzi della società. Nello specifico: esiste ancora una destra? Esiste ancora la destra? Andrea Mammone prova a chiederselo, circoscrivendo al quadrante italiano. È fondamentale tentare di fugare quest’altro dubbio, in ragione del plausibile rischio di perpetuare l’utilizzo di un paradigma che sarebbe meno un concetto con chiari referenti empirici che un “astratto esercizio di erudizione intellettuale”.4

Nonostante la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, il declino delle ideologie novecentesche e, parallelamente, delle culture politiche tradizionali in Europa occidentale, è un fenomeno dalla genesi complessa, che affonda le sue radici nel progressivo allentamento delle divisioni politiche avvenuto in seguito alla seconda guerra mondiale. La ripartizione dell’Europa in zone di influenza all’interno del c.d. sistema di Yalta impedisce un percorso di sviluppo autonomo degli ordinamenti e dei sistemi politici del Vecchio continente.

Già negli anni ’70 Pino Rauti si fa interprete di una corrente che si propone di modernizzare la piattaforma programmatica del MSI e della destra italiana, secondo un intento simile a quello del GRECE di Alain de Benoist. A differenza del movimento della Nouvelle Droite, Rauti si spinge oltre, affermando la necessità di captare l’elettorato di sinistra tramite toni anticapitalisti e terzomondisti, in virtù di un dialogo con gli intellettuali non scevro di ispirazioni alle istanze contestatarie sessantottine.5 Lo stesso obiettivo verrà perseguito una decina di anni dopo, con risultati più emblematici, da parte del Front National di Jean-Marie Le Pen. Originariamente attestato su posizioni neoliberiste e reaganiane, il partito lepenista, sfruttando il tema dell’immigrazione di massa e recuperando la narrativa nazionale gollista, fa progressivamente breccia nell’elettorato della sinistra operaista, un fenomeno che ha ispirato gli studi dei maggiori politologi francesi in materia. A tal proposito, Pascal Perrineau ha coniato l’espressione gaucho-lepénisme.

La retorica del superamento della frattura destra-sinistra, evocata dalle formazioni di destra negli anni conclusivi del secolo scorso per rinverdire il discorso politico, getta comunque le sue basi in tentativi storicamente risalenti, come nel movimento fascista con venature social-nazionaliste di Georges Valois e del Cercle Proudhon. Essa è stata inoltre recentemente adottata con successo in campagna elettorale, per ragioni diverse ma con rendimento paragonabile, da Emmanuel Macron e dal MoVimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, che ha così assecondato la sua natura di “partito pigliatutti”.6

Nella conduzione della campagna elettorale, questi candidati si sono dunque impegnati a promuovere assi portanti alternativi rispetto alla bipolarizzazione tradizionale, ricercando clivages più adeguati per la realtà del XX secolo. Afferma Tarchi che “la comparsa di molti nuovi versanti di conflitto […] rende i comportamenti politici degli individui sempre meno tributari di riferimenti a insiemi ideologici coerenti.”7 Uno di questi è senza dubbio rappresentato dalla globalizzazione, un fenomeno di carattere economico ma con riverberi sociali e istituzionali, in particolare l’erosione della sovranità statale e l’integrazione sovranazionale.

Questo processo, come rileva Hanspeter Kriesi, può elevarsi a elemento generatore di crispazioni, avendo prodotto una divaricazione tra l’élite socioeconomica che ha beneficiato della mondializzazione economica e culturale, e coloro che invece ne sono i “perdenti”, vale a dire soprattutto gli elettori delle classi popolari, con livelli inferiori di reddito e di istruzione.8 Gli effetti sono ancor più considerevoli sulle fasce più giovani della popolazione, ove la percezione del peggioramento delle proprie aspettative di vita rispetto alle generazioni precedenti si coniuga con la ridefinizione dell’assetto occupazionale del mercato del lavoro e l’indebolimento dei vincoli di appartenenza ideologica e politica.9

Parallelamente a questo processo, assistiamo inoltre a un mutamento dei sistemi di comunicazione politica, fortemente condizionati dall’approdo nell’arena delle tecnologie informatiche e dei social network. Questi ultimi velocizzano lo scambio politico, influenzando in prima battuta le campagne elettorali. Manuela Caiani pone l’accento sul fatto che dichiarazioni tonitruanti e opinioni divisive vengono condivise sulle piattaforme virtuali di Twitter o Facebook, rimbalzando tra gli utenti e rendendo sempre più rapida la mobilitazione da parte dei leader delle formazioni politiche. Un fenomeno che coinvolge, a suo avviso, le stesse organizzazioni di estrema destra, che beneficiano di una notevole vetrina: un’operazione connotata da bassissimi costi di attivazione e da un elevato rendimento in termini di trasmissione dell’identità del gruppo. Senza dimenticare il vantaggioso ricorso al microtargeting e alla segmentazione del proprio discorso politico in base al destinatario da raggiungere.

Il passaggio ineludibile per comprendere la destra del momento presente e le potenziali divaricazioni del tempo a venire risiede nella conoscenza del passato. Come si è arrivati sin qui? La risposta è nella storia. L’analisi cronologica di Piero Ignazi si concentra dunque sull’analisi della destra post-bellica. La stigmatizzazione della destra nel secondo dopoguerra lascia rapidamente spazio a una sua rivalorizzazione in chiave antisovietica. La volontà di allontanare la minaccia comunista spinge il sistema politico italiano ad accettare l’ingresso in campo del MSI, animato nei decenni della I Repubblica dall’azione di dirigenti del calibro di Giorgio Almirante, Arturo Michelini, Gianfranco Fini e il già citato Pino Rauti.

L’inserimento nel sistema prosegue negli anni ’90 con la sostituzione della piattaforma missina con la proposta di Alleanza Nazionale: l’operazione di maquillage permette alla destra italiana di perfezionare un profilo più in linea con l’ordinamento costituzionale, tramite un accentramento coronato dall’approdo a responsabilità governative nel periodo berlusconiano. Gli ultimi anni sono contraddistinti dall’impossibilità, per una formazione che ha sempre avuto nel centro sud conservatore il proprio terreno di caccia, di contrastare l’egemonia leghista nei territori settentrionali, e infine dalla svolta sovranista operata da Giorgia Meloni con la formazione recente di Fratelli d’Italia. Proprio quest’ultima, ricorda Andrea Mammone, sosteneva nel 2008 che fosse anacronistico, a oltre settant’anni dalla liberazione, ragionare secondo le etichette del passato: occorreva smettere “con questa storia del fascismo e dell’antifascismo. Siamo nati a ridosso degli anni ’80 e ’90, siamo tutti protesi nel nuovo millennio”.10

Ciononostante, a quasi cento anni dalla marcia su Roma, riscoprire il nucleo del Ventennio è forse il modo più diretto, quantomeno in chiave comparata, per capire che direzione abbia preso la destra italiana. Lo stesso Pino Rauti ebbe a dichiarare che “Non mi sento un neofascista, il fascismo non è più ripetibile. È solo un giacimento della memoria al quale penso che si possa ancora attingere”. Questo giacimento continua ancora oggi, spesso indirettamente e sebbene sottoposto a damnatio memoriae, a fornire dei punti di riferimento.  E ciò è valido tanto per la destra che per la sinistra. Il regime fascista forma infatti una dialettica congiunta con l’antifascismo della Resistenza, che si sviluppa primariamente come sua antitesi. La bandiera dell’antifascismo è stata rievocata, a torto o a ragione, durante il corso dell’ultima campagna elettorale, contribuendo innanzitutto a favorire il claim making delle particelle corpuscolari dell’estrema destra. Come suggerisce Pietro Castelli Gattinara, esse hanno infatti goduto di una sovramediatizzazione per eterogenesi dei fini, in ragione di una visibilità “di gran lunga superiore alla loro rilevanza effettiva, sia dal punto di vista elettorale che del potenziale di mobilitazione”.11 In secondo luogo, la retorica antifascista ha agevolato la sterilizzazione del dibattito sui contenuti programmatici delle formazioni contrapposte, le quali ne hanno approfittato per celare la carenza di visioni a lungo termine che affligge l’offerta politica contemporanea, ben oltre i confini delle Alpi o le acque del Mediterraneo.

Da questo volume scaturisce in definitiva un singolare rilievo di criticità, concernente l’elusione dell’intimo collegamento tra i concetti di destra e sinistra, la cui scissione può talvolta apparire sinonimo di incongruenza. È inoltre proprio la latitanza delle identificazioni costanti che viene in risalto dalla lettura del libro, che senza ombra di dubbio ha il merito di stimolare una riflessione di ampio respiro attorno a temi tanto scottanti e vicini al nostro quotidiano. Come disse infatti Alcide De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”.12 L’assenza di visioni a vasto raggio, se da una parte può essere spiegata con il timore ormai sedimentato della reiterazione degli esperimenti autoritari e ideologici novecenteschi, dipende in misura non minore dalla fluidità della realtà del XXI secolo, informata a criteri eraclitiani. Una realtà che rimane inafferrabile, all’interno della quale i punti di riferimento, come il concetto classico di destra (e di sinistra), necessitano di un aggiornamento. Come quello dell’ideologia, che, parafrasando nuovamente Gaber, “malgrado tutto credo ancora che ci sia: è la passione, l’ossessione della tua diversità; che al momento dove è andata non si sa”.

Bibliografia di approfondimento
de Benoist, A. (2017), La fine della destra e della sinistra (Bologna: Arianna Editrice)
Gauchet, M. (1994), Storia di una dicotomia. La destra e la sinistra (Milano: Anabasi)
Perrineau, P. (2017), Cette France de gauche qui vote FN (Paris: Seuil)
Santambrogio, A. (1998), Destra e sinistra. Un’analisi sociologica (Roma – Bari: Laterza)
Sartori, G. (1992), Democrazia. Cosa è (Milano: Rizzoli)
Tarchi, M. (2015), ‘Destra e sinistra. Due concetti sospesi fra essenze, tipi ideali e convenzioni’ in Passigli (a cura di), La politica come scienza. Scritti in onore di Giovanni Sartori (Firenze: Passigli)

  1. V. Bobbio, N. (1994), Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica (Roma: Donzelli), pp. 41-2
  2. Sartori, G. (1992), Democrazia. Cosa è (Milano: Rizzoli), p. 318
  3. Cfr. Cacciari, M. (1982), Sinisteritas, in A.a V.v. Il concetto di sinistra (Milano: Bompiani), pp. 8-9
  4. Tarchi, M., ‘Molte destre, nessuna destra? Sul dubbio fondamento della visione “geografico assiale” della politica’ in Destra, op. cit., p. 19
  5. Ignazi, P., ‘Fascismo, neofascismo, postfascismo’ in Destra, op. cit., p. 28
  6. Palano, D., ‘La maggioranza silenziosa. Chi vota la destra populista?’ in Destra, op. cit., p. 90
  7. Tarchi, op. cit., p. 19
  8. Kriesi, H. et al. (2012), Political Conflict in Western Europe (New York: Cambridge University Press), p. 19
  9. Sulle tendenze attuali, cfr. Orsini, C., Destra o sinistra, giovani indifferenti: meno di uno su cinque dà importanza alla distinzione, da Repubblica.it: http://www.repubblica.it/politica/2017/06/02/news/destra_sinistra_giovani-167028180/, aggiornato il 2 giugno 2017
  10. Mammone, A., ‘“È tempo di patrioti”. Il ritorno (a destra) dei neofascisti’ in Destra, op. cit., p. 34. Significativa anche la citazione di Pino Rauti, dall’intervista al “Corriere della Sera” del 16 febbraio 2006: “Non mi sento un neofascista, il fascismo non è più ripetibile. È solo un giacimento della memoria al quale penso che si possa ancora attingere.”
  11. Castelli Gattinara, P. ‘Neofascismi in movimento: mobilitazione e strategia nell’estrema destra’ in Destra, op. cit., p. 75
  12. Un aforisma a lui attribuito, ma verosimilmente mutuato dal predicatore statunitense James Freeman Clarke
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