Il mito dell’export nella politica italiana ed europea: una conversazione

Roberto Ganau e Luca Timponelli 

Capita sempre più spesso di sentire esponenti della classe politica compiacersi dei traguardi raggiunti del nostro paese nel settore delle esportazioni, e anzi di salutare il riorientamento della nostra economia verso l’export come una strategia di crescita fondamentale per l’Italia e per l’Europa nel suo insieme. Questa è ad esempio l’idea sostenuta più volte da Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo Economico. In questa conversazione, effettivamente svoltasi nel gruppo di redazione e poi successivamente rielaborata, Roberto Ganau e Luca Timponelli discutono di questo modello di sviluppo, senza nascondere, con diverse sfumature, le loro perplessità.

LT Capita sempre più spesso che la retorica europeista altro non abbia da offrire che una nuova politica di potenza, militare o economica, invocando una maggiore integrazione in nome della competizione con le realtà extra-europee. Mi sembra un atteggiamento che non si possa qualificare che come nazionalismo: additando un presunto nemico comune all’esterno, si nascondono le contraddizioni interne (tra paesi creditori e debitori, tra economie per il mercato interno e economie storicamente votate all’export, tra quelle classi sociali che, traendo profitto dalle privatizzazioni e dalle riforme del mercato del lavoro, risultano avvantaggiate dalle politiche di austerità, nel centro come nelle periferie, e chi a causa di esse vede costantemente diminuire i propri diritti sociali e standard di vita). Da un lato si ha così un pretesto per evitare di discutere questi squilibri e di mettere in questione il contesto istituzionale, politico ed economico da cui originano, dall’altro si rischia, in una situazione già difficile, di acuire le tensioni internazionali.

A titolo di esempio vorrei riportare una breve intervista a Enrico Letta, pubblicata il 31 marzo dal Fatto quotidiano ( https://www.youtube.com/watch?v=ewBoTxFr4cA ), in cui l’ex-premier dichiara:

“Noi europei produciamo più di quanto consumiamo, quindi abbiamo bisogno del mercato mondiale per vendere i nostri prodotti e mantenere competitivo il nostro sistema industriale”

Letta difende una strategia mercantilista, ignorando la prospettiva per la quale il prodotto potrebbe essere assorbito dalla domanda interna, prospettiva che richiederebbe un aumento dei salari e un’espansione della spesa pubblica in investimenti. Rimanendo, a quanto pare, queste opzioni fuori discussione (l’una esclusa dal mantra della flessibilità, l’altra dai parametri di Maastricht e del Fiscal Compact), non rimane per assicurare la crescita altro che la conquista dei mercati extra-europei con la speranza di poter essere competitivi tagliando il costo del lavoro.

Il mercantilismo è destabilizzante tanto all’interno, perché implica che le rivendicazioni salariali debbano essere contenute (e comunque inferiori agli aumenti di produttività) per mantenere prezzi competitivi, tanto all’esterno: non essendo possibile per tutti i paesi avere contemporaneamente un surplus commerciale, acuisce le tensioni internazionali, incita alla guerra fatta con le svalutazioni (sia monetarie che interne, comprimendo il costo del lavoro), distrugge la domanda globale. In presenza di vincoli alla spesa pubblica, esso non può che avvantaggiare i paesi storicamente a più elevata produttività: difficilmente la compressione del costo del lavoro permette di eguagliare i guadagni in efficienza che invece permette la tecnologia all’avanguardia – la quale necessita però di investimenti che solo una politica industriale coordinata dallo Stato può assicurare.

La strategia mercantilista dimentica inoltre che la posizione che si ricopre nell’economia internazionale non dipende solo dalla competitività di prezzo, ma anche e soprattutto dal ruolo che si svolge nella divisone internazionale del lavoro, e nel caso delle periferie europee esso va ahimé scivolando sempre più verso settori a basso valore aggiunto. Viceversa, sempre per demolire l’efficacia della svalutazione salariale panacea che si sta attivamente perseguendo, paesi in una posizione privilegiata nella divisione internazionale del lavoro, Germania in primis, hanno saputo conquistarsela grazie a un coinvolgimento dello Stato negli investimenti che oggi potremmo permetterci soltanto in violazione delle regole europee.

RG Caro Luca, trovo il tuo parere molto interessante. Alcuni aspetti, tuttavia, non mi convincono. Da una parte non è scontato che aumentando i salari si possa mantenere l’attuale livello di reddito pur annullando il sovrappiù commerciale. La mancanza di necessità logica deriva da fattori sia micro che macroeconomici. E’ possibile che, anche con un aumento dei redditi, i prodotti che esportiamo non interessino ai nostri consumatori nella stessa misura in cui noi li produciamo ed esportiamo. Inoltre, un aumento dei redditi può comportare un aumento delle importazioni e, se non assumiamo un certo tasso di crescita della produttività che lo compensi, una diminuzione della competitività e delle esportazioni, e quindi una diminuzione del prodotto.

Da un punto di vista politico, devo rilevare che che nei trent’anni circa precedenti la crisi del 2008, l’ordine politico internazionale non ha considerato problematici i disequilibri della commerciali. Quindi hai ragione nel ritenere che il mercantilismo sia pericoloso ma, forse, è necessario aggiungere che finora i commerci internazionali non sono stati causa di frizioni politiche, almeno nel mondo occidentale, perché era prevalsa l’idea che l’andamento dell’economia e la politica non andassero analizzate congiuntamente. Ora, tuttavia, tutto sta cambiando.

LT Caro Roberto, ti ringrazio anzitutto per essere intervenuto. Ecco le risposte ai punti da te sollevati:

1) La possibilità che il consumo interno sia insufficiente dipende in buona parte da scelte di politica industriale. Se alcuni paesi hanno una più antica vocazione all’export, la cui riconversione al mercato interno richiederebbe più tempo e costi, altri l’hanno abbracciata soltanto di recente e sotto l’imposizione del vincolo esterno, con costi sociali non esigui e non per forza puntando sull’alto valore aggiunto (penso alle imprese del Triveneto che sono entrate nella catena dei fornitori della manifattura tedesca). Il caso italiano (lo stesso Renzi ha rivendicato in un post su Facebook il merito di aver elaborato una ‘strategia sull’export’, che fa seguito a un Monti compiaciuto di aver “distrutto la domanda interna”) sembra confermarlo. Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se davvero, come Letta dice, siamo tutti sulla stessa barca.

In ogni caso sono convinto che una politica industriale orientata al mercato interno e in cui la domanda non sia guidata soltanto dai consumi domestici (non si tratta solo di aumentare i salari), ma anche da un coordinamento pubblico dell’investimento, mediante investimenti diretti, commesse, gestione e promozione della ricerca e sviluppo, possa essere un’alternativa ben più felice per il paese che la strategia di Letta e di Calenda.

2) Non c’è dubbio che politiche espansive in un solo paese comportino un aumento delle importazioni, con i problemi che giustamente hai messo in evidenza, a meno che non si sia disposti a reintrodurre dazi e contingentamenti (e, visto che anche lo stesso Letta ne parla favorevolmente a proposito di “proteggerci dalla contraffazione”, non è una possibilità da dismettere come un tabù). E’ vero d’altra parte che se le politiche espansive sono perseguite in tutti i paesi (keynesismo internazionale), i vantaggi che derivano dall’allargamento dei mercati in termini di crescita e produttività si riflettono su tutti. Una simile visione del commercio internazionale, attenta ai problemi di bilancia dei pagamenti e alla coordinazione internazionale dei movimenti di merci e capitali, andrebbe dunque riproposta.

3) Sulla questione politica: il fatto che nei trent’anni precedenti la crisi del 2008 l’ordine politico internazionale non ha considerato problematici i disequilibri della bilancia dei pagamenti e della libera circolazione dei capitali mi sembra soltanto indice di povertà di una teoria che, allo stesso modo, non giudicava problematico che l’Italia finanziasse, negli anni ’80, il proprio debito pubblico a tassi d’interesse a doppia cifra. Non mi risulta che una simile miopia, che ha gettato le fondamenta delle tensioni che ora sono emerse, fosse propria dell’ordine precedente, nonostante tutte le fragilità del sistema di Bretton Woods.

RG Caro Luca,

condivido molti dei punti che hai sollevato. Condivido che una politica industriale adeguata debba volgere l’economia verso la domanda interna. E penso anche che sia necessaria. Tuttavia, è necessario essere consapevoli che si tratterebbe di politiche dall’orizzonte pluridecennale che, in attesa di vederne i frutti, ci condannerebbero ad un peggioramento delle nostre attuali condizioni di benessere materiale. Non possiamo permetterci di ritenere che si debba soltanto re-industrializzare l’economia. Sarebbe necessario anche farlo nella direzione dei settori a più alta tecnologia, che richiedono investimenti estremamente ingenti che difficilmente anche un governo potrebbe permettersi. Per avere un settore dell’elettronica maturo, per esempio, dovremmo decidere di chiudere il mercato significativamente, con dazi e contingentamenti, per far crescere la nostra produzione e permettere l’accumulazione delle competenze tecnologiche necessarie a competere con principali operatori stranieri. Nel frattempo, dovremmo accettare di perdere molta competitività e di assistere ad un erosione dei salari reali che sarebbe nostro interesse tutelare. Il tutto, con il rischio concreto che i settori salvaguardati diventino, nel frattempo, del tutto obsoleti, di fronte alle novità che vengono dalla nuova ondata di meccanizzazione (pensiamo alle stampanti 3D, che possono essere prodotte da altre stampanti 3D) e dalla sempre maggiore potenze delle intelligenze artificiali.

La teoria economica prevalente è sicuramente povera di contenuti perché seleziona i concetti da analizzare sulla base dei risultati cui porterebbe una teoria che li includesse.

Per spostare il ragionamento sulle implicazioni politiche, il problema, a parer mio, principale è che anche il keynesismo internazionale ha delle implicazioni di political economy di lungo periodo che vanno enfatizzate. Un piano di investimenti portato avanti a livello internazionale, a mercati aperti, può portare benefici economici a tutti coloro che vi partecipano. Tuttavia, il mantenimento dell’apertura dei mercati porta ad aggregazioni per il lo sfruttamento delle economie di scala che non solo, in mancanza di un accordo internazionale, possono portare alla corsa al ribasso nella tassazione e nei diritti dei lavoratori, come giustamente constatato di frequente da tantissimi commentatori, ma soprattutto alla necessità di coinvolgere queste nuove grandi aziende nella presa delle decisioni politiche. Man mano che le grandi corporations sono più ricche e potenti di interi governi, hanno la forza di imprimere la direzione desiderata all’economia. Ciò vuol dire che le decisioni di politica economica dei governi possono diventare inefficaci se le grandi imprese decidono di reagire con rappresaglie a decisioni non apprezzate. In questo caso, non esiste soluzione politica e giuridica a livello internazionale, in un contesto economico basato sulla libera iniziativa economica, per impedire questo risultato che non consista di una relativa chiusura dei mercati. Evitare tali aggregazioni è possibile solo eliminando la possibilità di sfruttare le economie di scala. Per ricapitolare, dunque, il keynesismo internazionale contiene i semi della propria autodistruzione, minando le basi della sovranità nazionale.

LT Caro Roberto, sono assolutamente d’accordo sul fatto che una buona politica industriale non possa prescidere dal puntare sui settori a più alta tecnologia. Aggiungo che quest’ultimo passaggio può essere effettivamente promosso mediante un ampio coinvolgimento del settore pubblico, come effettivamente accade, Mariana Mazzucato lo mostra molto bene nel suo “Lo Stato innovatore”, in Stati Uniti, Germania e Cina. In un paese come il nostro, in cui non mancano né una buona ricerca di base né personale tecnico (spesso costretto a cercare poi lavoro all’estero), non è detto che debba passare troppo tempo prima che i benefici si facciano sentire. Il modello di crescita export-led (sulla cui problematicità mi pare concordiamo) ha già manifestato la sua insostenibilità al di là del breve periodo per i tassi di crescita risibili che riguardano oggi anche la Germania, oltre per i costi sociali notevoli per i paesi (Italia in primis) che hanno deciso di accodarsi nella sua rincorsa alla conquista del surplus commerciale e in cui si è deciso di competere per lo più tagliando sui costi anziché puntando sulla qualità. Su questa strada, a una riduzione del benessere materiale stiamo già assistendo, e senza vantaggi di lungo periodo.

Terrei anche da conto gli effetti che una crescita della domanda possono avere sulla produttività stessa, secondo l’ipotesi di Verdoorn e Kaldor.

La presenza di economie di scala è sicuramente uno dei motivi più importanti per promuovere il commercio internazionale. E’ bene ricordare che il keynesismo internazionale, a differenza del semplice liberoscambismo, non si fonda sulla semplice apertura dei mercati, ma sulla regolamentazione internazionale (sia bilaterale che multilaterale) degli stessi e in presenza di un framework istituzionale attraverso il quale i diversi paesi possono coordinare i loro percorsi di crescita. L’esistenza di un accordo internazionale è dunque una conditio sine qua non di queste politiche. Si può, in questo orizzonte, difendere una relativa apertura alla circolazione delle merci e al contempo essere favorevoli a serrati controlli sui ben più destabilizzanti movimenti di capitale. La prospettiva di un’integrazione finanziaria, qualora la si desideri, deve essere allora condizionata da un’integrazione politica che assicuri il mantenimento del controllo politico sui processi economici, ovvero della sovranità.

Si tratta ovviamente di una concezione del commercio internazionale che nell’ultima fase della globalizzazione è stata del tutto accantonata, con le conseguenze tragiche di cui siamo spettatori, ma che nel trentennio precedente è stata almeno in parte realtà, e che trova nella Carta dell’Avana del 1948 il suo documento programmatico.

RG Caro Luca, mi trovo d’accordo con te su quanto detto nel tuo ultimo intervento. Rimane in me un interrogativo, su cui attualmente non riesco a trovare una risposta, su quale ruolo abbiano avuto le dinamiche tecnologiche degli ultimi cinquant’anni sulle prospettive di crescita delle economie industrializzate. Non escludo che il rallentamento delle economie industriali degli ultimi trent’anni sia da ricondurre ad un calo degli investimenti proprio in ricerca di base, e che quindi non si tratti di un progetto irreversibile. Ti ringrazio per aver accettato il confronto, permettendomi di inserire alcune note a margine del tuo primo intervento.

LT Sono anch’io convinto che non si tratti di un processo irreversibile, e dovuto in gran parte alla liberalizzazione finanziaria avviata negli anni ’70 e alle trasformazioni del mercato del lavoro e delle relazioni industriali a partire dal successivo decennio (oltre che, parallelamente nella storia delle idee, al trionfo del monetarismo prima e della nuova macroeconomia classica poi). Onestamente, non saprei valutare il ruolo degli investimenti in ricerca di base. Nei paesi OECD gli investimenti in ricerca e sviluppo sembrerebbero tutto sommato stazionari in proporzione al PIL, almeno da dove comincia la serie (1981):

Per la spesa pubblica (in area OECD) invece i trend sembrano molto diversi a seconda dei paesi, pur tendendo a convergere:

Guardando all’insieme di pubblico e privato, il settore di ricerca che più è cresciuto, almeno da dove comincia la serie, sembrerebbe proprio essere la ricerca di base:

Non vi è in ogni caso dubbio che con la compressione dei salari praticata in tutto l’Occidente è certamente venuto meno uno stimolo alla competizione tramite l’innovazione, che ha non poca responsabilità sulla stagnazione della produttività (come segnalato ad esempio in questo contributo di S. Storm https://www.ineteconomics.org/perspectives/blog/the-new-normal. Grazie a te per l’occasione di discussione!

Iscriviti alla Newsletter di Agenda per restare aggiornato
sui nostri progetti, pubblicazioni ed eventi.