Alla ricerca di un’idea di Europa ai tempi della Brexit

Michele Pajero Recensione a Donald Sassoon, Brexit. Buona fortuna Europa, a cura di Paolo Gervasi, Luca Sossella Ed., 2017

Questa breve intervista a Donald Sassoon, che prende spunto da una lectio pronunciata all’Accademia Reale del Belgio nel marzo del 2017 dal noto storico britannico, è uscita in parte online su Doppiozero e in versione integrale per i tipi di Luca Sossella Editore. Si tratta di un instant book di agilissima lettura, curato da Paolo Gervasi, un giovane studioso italiano trapiantato a Londra.

La voce dello storico non si accontenta delle spiegazioni più convenzionali e appiattite sul presente per dare ragione dei grandi eventi che stanno contribuendo a mettere in discussione la costruzione politica europea. Se secondo l’autore «la crisi globale della sinistra, che si sovrappone alla fine del comunismo reale (ma non è causata dalla fine del comunismo), implica la scomparsa di un orizzonte radicale di trasformazione, e lascia campo libero al risentimento come unica possibile espressione del conflitto sociale», lo sguardo si apre comunque da una parte alla ricerca delle origini neo-liberistiche anni ’80 dello strappo rispetto al sistema politico tradizionale, dall’altra all’apertura comparativista così cara all’autore sulla crisi delle sinistre e degli esperimenti politici alternativi negli scenari mediorientali, africani e sudamericani.1 Se di populismo si può parlare, ma forse non è il caso usare tale etichetta per l’oggi senza ricordarne le origini già rintracciabili in elementi politici d’oltreoceano e non solo, risalenti a più di un secolo fa, allora secondo Sassoon populismo significa semplicemente «creare l’immagine di un “popolo” inteso come parte sana della società, in contrapposizione alle altre».2 Una definizione che di certo farà storcere il naso a diversi scienziati della politica, ma a cui lo storico britannico non dà molto peso, preferendo leggere la realtà con lenti differenti.

Visto il forte background storico di Gervasi e soprattutto di Sassoon, l’intervista, pur prendendo le mosse da uno dei più importanti eventi politici che ha segnato questi turbolenti anni europei, ovvero la Brexit, devia quasi naturalmente sui binari dell’annosa questione che mi sembra anche essere il tema più interessante affrontato nel volume: esiste una cultura europea? Lo storico britannico si è occupato del tema a più riprese, soprattutto nel suo corposissimo volume La Cultura degli europei. Dal 1800 a oggi, una delle opere maggiori di uno studioso che in realtà ci conosce da vicino, essendosi occupato per lungo tempo di storia italiana e, più in particolare, di storia del comunismo à la italienne.3

Un grande malinteso si ha per Sassoon quando si parla di cultura europea, come ha scritto in tutta la sua produzione accademica, dove generalmente si prende in considerazione la cultura alta invece di quella di massa, ma anche in questo secondo caso ci troviamo davanti a «un’illusione ottica. Perché la cultura di massa nel ventesimo secolo è molto più americana che europea».4 Ecco dunque sollevato uno dei punti centrali della questione culturale europea: dopo la Seconda guerra mondiale la cultura era frigoriferi, Hollywood, rock e fumetti. E se invece ci spostiamo su un piano di ridefinizione e ripensamento dell’idea di Europa, delle sue tradizioni e dei suoi miti fondativi, il problema di una costruzione dell’identità culturale europea allora era già nato negli anni ’20 e ’30 del Novecento, in contrapposizione al materialismo e alla grossolanità della cultura americana. Istanze dunque di una cultura alta di cui, tra l’altro, proprio i regimi fascista e nazista si sarebbero fatti interpreti nel grande progetto di diplomazia culturale sottostante alla creazione del nuovo ordine europeo (quello, però, fortunatamente fallito) di cui ci parla lo storico Benjamin Martin.5

È un fatto che solo molto dopo l’inizio del processo di integrazione, ci si sia preoccupati dell’importantissima opera di costruzione culturale come bastone del progetto politico europeo. Basti pensare alla tardività di certe costruzioni di miti fondativi e tradizioni immaginate, per dirla alla Hobsbawm, come la Casa della Storia Europea, inaugurata soltanto l’altr’anno a Bruxelles.6 Per non dire poi della grande lacuna di legittimazione culturale europea che le giovani generazioni, ad esempio, esperiscono, poste di fronte a un’entità politica schiacciata sulle sue ragioni d’essere economiche e materiali: quando il re è nudo, il progetto liberoscambista europeo si fa decisamente poco attraente.  Se non fosse che queste giovani generazioni, per lo meno, hanno avuto accesso e si sono fatte alfiere in prima persona di uno dei pochi grandi e riusciti progetti culturali europei sino ad ora concepiti, ovvero l’Erasmus: questo grande strumento di scambio culturale patrimonio comune di milioni di europei e che oggigiorno costituisce uno dei pochi cardini sui quali il progetto di integrazione è ancora capace di autolegittimarsi, sebbene esso sia forse più presente nell’immaginario dei cittadini europei che in quello delle classi politiche nazionali.

Gli stati-nazione, da parte loro, per autolegittimarsi hanno fatto ricorso alla creazione di un roman national e a una nazionalizzazione delle masse, per dirla con Mosse, che è passata per le scuole, la toponomastica, l’insegnamento accademico della storia e della filosofia, tra gli altri strumenti. 7 E le classi dirigenti dell’epoca erano ben coscienti della necessità di tale edificazione culturale, che non era solo complementare, ma vitale, a quella politica. Per continuare con questo confronto Europa/stati-nazione, circa un anno fa, il Presidente Mattarella ha affermato che «capovolgendo l’espressione attribuita a Massimo d’Azeglio verrebbe da dire: fatti gli europei è ora necessario fare l’Europa».8 Ma siamo proprio sicuri che invece l’espressione di d’Azeglio non faccia proprio al caso europeo così com’è, senza alcun capovolgimento sintattico? Pare infatti a molti che l’Europa sia invece già stata fatta, almeno in parte, ma secondo criteri economistici e legalistici che mal si reggono in piedi se non c’è una comunità che la sostenga composta da cittadini che si  sentano veramente europei. Ma può l’Europa utilizzare gli stessi mezzi di autolegittimazione che in passato avevano utilizzato gli stati-nazione? Non secondo il curatore dell’intervista. Erano diversi i media, diverse le finalità (eminentemente nazionali-stiche), diverso il grado di istruzione, un altro principio di autorità; un altro mondo, per certi versi. Ma soprattutto, può forse una cultura europea fondarsi su una somma di culture nazionali, ancora troppo forti e gelose per accettare che essa ne oscuri la luce? Se si parte dal presupposto che a questa Europa serve comunque una tradizione culturale fondativa, pur mantenendo la consapevolezza critica del carattere appunto immaginato e artificiale di tale costruzione, ma prendendo comunque pragmaticamente atto dell’immenso potere trascinante dei miti politici, si deve comunque partire, per Sassoon, dal presupposto che «un’identità culturale europea fatica ad affermarsi anche nell’alta cultura, ed è inesistente in quella di massa» e che «quindi difficilmente può agire come collante».9

E tuttavia, ciò che forse inconsapevolmente lo stesso curatore dell’intervista suggerisce, è che forse una chiave per uscire dall’impasse c’è, quando afferma che «quello che non viene insegnato è che gli europei non hanno scelto realmente la propria nazione».10 È questo che traspare quando leggiamo come Gervasi si abbandoni a considerazioni che possono sembrare sì prive dello scintillante fascino delle ideologie, ma che in realtà aprono a scenari praticabili e ragionevolmente percorribili: «non esiste una cultura europea comune, non esiste uno Stato sociale europeo, non esiste un esercito europeo, non esiste un patriottismo europeo. In queste condizioni non ci possono essere piani ambiziosi per l’Europa, nessuna bacchetta magica: solo il tentativo difficile di stabilire regole di coesistenza».11 Allora, forse proprio tramite una decostruzione dei miti e delle culture nazionali si può portare la discussione su un piano diverso, evitando di rimanere intrappolati nel vicolo cieco delle grandi costruzioni ideologico-culturali e spostandoci sul terreno di una politica sì fredda e calcolatrice, ma in grado di soppesare con la necessaria calma e meditata ragionevolezza i pro e i contro della costruzione europea e agire dunque di conseguenza, tappando le falle dove si può, costruendo nuovi ponteggi dove si riesce. Impegnarsi in un’impresa priva forse di grande fascino, armati però di convinzione nella bontà dei fini, buon senso e una salda consapevolezza dei mezzi; impresa ardua? oltremodo, ma forse non impossibile.

Se dunque il piano di costruzione culturale europeo ci è precluso, cosa si può dire dell’altro grande mito fondativo del progetto di integrazione europea, ovvero la promessa della garanzia della pace dopo quel periodo di grandi tragedie e massacri tra la Prima e la Seconda guerra mondiale che da alcuni storici è stata definita «guerra civile europea»?12 Giustamente, lo storico fa notare la debolezza di tale argomento, dato che «una nuova guerra tra i paesi europei era impensabile per via degli equilibri post-bellici, e per le contrapposizioni della guerra fredda».13 E viene da aggiungere che, nei fatti, dopo la caduta del Muro l’Europa si è rivelata piuttosto inadeguata rispetto a tali scopi, perché se è vero che non si sono mai verificate guerre entro i confini dell’Unione, è anche vero che l’attore europeo si è comportato in modo largamente inferiore alle aspettative quando si è trattato di gestire gravi crisi umanitarie ai propri confini, come nel caso balcanico e in quello libico (per non citare il caso ucraino, che mi pare quantomeno controverso).

Per tornare invece a parlare di Brexit, del voto e della classe politica che ne è stata protagonista, il libro ci porta a riflettere sulle parole con cui Theresa May, nell’ardente clima post-referendum, ha definito i cittadini del mondo come cittadini di nessun luogo («if you believe you are a citizen of the world, you are citizen of nowhere»).14 È questa una frase che, come ben sappiamo, riporta alla mente echi complottisti-nazionalisti da guerra civile europea, per tornare sul punto, ma che nasce anche dal forte dibattito sulla globalizzazione che ha abbattuto molte delle roboanti certezze che avevano annunciato le magnifiche sorti progressive del nuovo secolo, per poi venire malamente smentite. Si tratta insomma di ciò che aveva posto alla nostra attenzione ormai abbastanza anni fa Roberto Escobar, tra le tanti menti che vi hanno riflettuto, ovvero la tensione ad un tempo moderna e antica che si crea tra la radicalità dell’appartenenza comunitaria-territoriale e l’alterità dello straniero, quella presenza esterna che preme per entrare nello steccato del noto, portando con sé dunque l’ignoto e il diverso.15 È proprio contro questa concezione rigida e schematica tra chi sta dentro e sta fuori, «questa divisione del popolo in due tribù» contro cui si schiera Sassoon, che invece cerca di sottolineare che «non siamo più definiti da una sola identità, da un solo aspetto della nostra esistenza».16 Come d’altra parte già da lungo tempo le riflessioni più ragionate sul tema hanno acquisito, difatti, non è più solo il colore della pelle o la nazionalità scritta sui nostri documenti d’identità che ci definisce; o meglio, non solo. È facile per lo storico, le cui origini possiamo definire con una certa semplificazione come egiziane-franco-italo-inglesi, liquidare le argomentazioni contro i citizens of nowhere; forse, a dirla tutta, con un po’ troppa facilità, che nasce da un’esperienza personale troppo fuori dal comune per assumere il valore pietra di paragone. Ma sta di fatto che chi emigra (si badi bene, «si tratta di un movimento di popoli che fa parte della storia del capitalismo» e non un fenomeno dal carattere temporaneo ed emergenziale), ha una marcia in più rispetto ai citizens of somewhere.17 Come il cosmopolitismo di Sassoon ha indotto lo storico a guardare all’oggetto del suo studio con «sguardo strabico», così «molti figli di migranti […] tra le tante difficoltà, hanno la possibilità di apprendere presto la relatività delle cose, la parzialità dei punti di vista, la provvisorietà delle convinzioni».18

L’annotazione di carattere esemplificativo fatta da Sassoon, quando afferma come il suo dentista indiano e il suo barbiere turco abbiano votato pro Brexit, a ben vedere non si ferma ad assumere soltanto un valore meramente aneddotico, visto che i dati delle analisi del voto mostrano come diversi quartieri etnici del londinese abbiano effettivamente votato pro leave, smontando, se non con una forza scientificamente statistica quantomeno con efficacia argomentativa, la classica narrazione autoconsolatoria del votante pro leave, dipinto come tipicamente bianco, anziano, disagiato.19 Una versione semplicistica del voto, che però si è imposta con una certa forza nei media europei. Una narrazione che esalta il ruolo dei più giovani, deputati al ruolo di alfieri del remain, ma che mostra di non aver riflettuto adeguatamente, ad esempio, sul drammatico dato dell’astensione proprio tra i giovanissimi: se per le fasce più giovani infatti si arriva a punte di 64% di astenuti, nelle fasce più anziane la percentuale si abbassa decisamente al 20%.20 Una versione del voto, per concludere, che sicuramente non piace nemmeno al curatore dell’intervista, il quale più che a una massa di cittadini reietti, preferisce imputare alla classe politica inglese e in particolare all’ex premier David Cameron un’irresponsabilità di fondo. Se il voto sulla Brexit è nato come una bomba che avrebbe dovuto spazzare via dissidi più profondi, interni al partito conservatore e alla società politica inglese più in generale, essa è invece deflagrata nelle mani di quella stessa élite dirigente che l’aveva creata. Un’élite che si caratterizza collettivamente e indistintamente per un pedigree così uniforme e standardizzato da prestarsi bene a diventare stereotipo, obiettivo della rabbia anti-establishment di molti elettori: Eton, Oxford, Cambridge, clubs, jet-set e finissimo porto. E ciononostante, tale élite ha dimostrato comunque di non essere all’altezza della situazione, innescando una crisi politica imprevista su binari che ancora oggi restano ignoti e oscuri.

Insomma, questo libro ci offre innumerevoli spunti di riflessione e interessanti letture della crisi politica attuale, alcune delle quali autenticamente al di là delle convenzionali letture giornalistiche. Come d’altra parte c’era da aspettarsi, l’unica certezza che possiamo trarre da questo volume è che non esistono certezze, che non sono cioè disponibili formule semplici per uscire dalla crisi europea post-Brexit. Ma quello che Sassoon e il curatore dell’intervista vogliono dirci, è che proprio dalle domande e non dalle risposte, dalla ricerca della complessità e non dal rifugio nelle semplificazioni e mistificazioni, che può nascere una possibile via di uscita. È proprio il caso, allora, di augurarci anche noi: buona fortuna, Europa!

  1. Cit., D. Sassoon, Brexit. Buona fortuna Europa, a cura di Paolo Gervasi, Luca Sossella Ed., 2017, p.15
  2. Cit., Brexit, p.17
  3. D. Sassoon, La Cultura degli europei. Dal 1800 a oggi, Rizzoli, 2017
    Dello stesso autore, citiamo qua anche Togliatti e il partito di massa. Il PCI dal 1944 al 1964, Castelvecchi, 2014
  4. Cit., Brexit, p.17
  5. B. Martin, The Nazi-Fascist New Order for European Culture, Harvard University Press, 2016. Si veda pure il suo intervento sull’idea di Europa ospitato su AEON: https://aeon.co/ideas/european-culture-is-an-invented-tradition consultato in data 16 aprile 2018 alle ore 11:00
  6. T. Ranger e E. J. Hobsbawm (a cura di), L’Invenzione della Tradizione, Einaudi, 2002
  7. G. L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), Il Mulino, 2009
  8. Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della seduta congiunta delle Camere per il Sessantesimo Anniversario dei Trattati di Roma I valori dell’Europa. Civiltà europea e unità d’Europa. Sette decenni di pace e democrazia nel Continente. Una scelta saggia e lungimirante
    http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=593 consultato in data 16 aprile 2018 ore 11:00
  9. Cit., Brexit, p.18
  10. Cit., Brexit, p.52
  11. Cit., Brexit, p.62
  12. E. Traverso, A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, Il Mulino, 2008
  13. Cit., Brexit, p.19
  14. Discorso di Theresa May al convegno Tory di Birmingham, ottobre 2016 https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/theresa-may-speech-tory-conference-2016-in-full-transcript-a7346171.html consultato in data 16 aprile 2018 ore 11:00
  15. R. Escobar, Metamorfosi della Paura, Il Mulino, 1997
  16. Cit., Brexit, p.27
  17. Cit., Brexit, p.31
  18. Cit., Brexit, p.37
  19. Si veda ad esempio l’analisi di M. Giannatiempo su YouTrend http://www.youtrend.it/2017/02/19/brexit-analisi-socio-demografica-del-voto/ consultato in data 16 aprile 2018 ore 11:00
  20. Si veda ad es. l’analisi del voto di F. Savastano su FEDERALISMI.IT http://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?artid=32127&dpath=document&dfile=29062016185853.pdf&content=Brexit:+un%27analisi+del+voto+-+stato+-+dottrina+-+ consultato in data 16 aprile 2018 ore 11:00
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